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La riforma delle carriere è legge. Riuscirà a ridurre la precarietà nella ricerca?

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Ricercatori al lavoro sul coronavirus nei laboratori dell'Università di Trento, nel Marzo 2020. La riforma del reclutamento accademico è stata approvata come parte di un pacchetto di misure legate al piano di ripresa post-pandemia. Credit: Alessio Coser/University Of Trento via Getty Images.

Con un decreto convertito in legge dal Parlamento il 30 giugno, il governo presieduto da Mario Draghi (ora dimissionario) ha introdotto una riforma, attesa a lungo, del percorso di carriera accademica che porta al titolo di professore.

Finora, dopo gli studi di dottorato, i giovani ricercatori potevano ottenere una borsa di studio, un contratto di collaborazione di breve durata o un assegno di ricerca. Dopo questi contratti, c'erano due tipi di posizioni: una triennale, chiamata RTD-A, non seguita da una posizione permanente, o una sempre triennale ma più rara, RTD-B. Al termine di quest'ultimo contratto, il ricercatore poteva essere promosso a professore associato.

Ora l'assegno di ricerca diventa un contratto di ricerca di due anni, estendibile a cinque se legato a un progetto europeo. La nuova legge porta lo stipendio da 19.000 euro a 40.000 euro, compresi i contributi previdenziali e fiscali.

La distinzione tra RTD-A e RTD-B viene sostituita da un'unica posizione di ricercatore: un percorso di sei anni che dà accesso al titolo di professore associato, e che può essere ridotto a quattro per chi ha già un livello senior e una produzione scientifica di rilievo.

"Il percorso dopo il dottorato era troppo frammentato, causava precarietà e periodi di disoccupazione che per anni hanno afflitto i giovani ricercatori italiani", afferma Flavia Sciolette, membro dell'Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (ADI).

Altri commentatori però lamentano una mancanza di trasparenza nella preparazione della riforma. Essa è stata approvato in forma di emendamento al cosiddetto Decreto PNRR 2 (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), un pacchetto più ampio che comprendeva diversi provvedimenti che l'Unione Europea chiedeva all'Italia di approvare entro la fine di giugno come condizione per ricevere i fondi per del recovery fund. "Nell’ultimo anno la Commissione Istruzione del Senato non ha mai discusso il testo approvato alla Camera, e nessun Senatore ha espresso pubblicamente la sua posizione. Il Parlamento è stato scavalcato dal Governo, impedendo così ogni confronto con noi," afferma Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell'Associazione Nazionale dei Professori Universitari (ANDU).

L'ufficio stampa del Ministro dell'Università e della Ricerca ha dichiarato a Nature Italy che il Parlamento stava lavorando alla riforma da un paio d'anni e che l'emendamento è stato scritto in modo da riflettere il dibattito parlamentare.

Anche i membri di ERC Italia, un'associazione no-profit di vincitori di borse dello European Research Council, sostengono che non c'è stato alcun dibattito con la comunità dei ricercatori, e dubitano che il nuovo contratto di ricerca ridurrà la precarietà del lavoro. Rispetto al vecchio assegno di ricerca lo stipendio rimarrà per lo più invariato, affermano, perché la maggior parte dell'aumento sarà assorbito da tasse più alte che si applicheranno ai nuovi contratti. Tuttavia, poiché questi contratti costeranno di più e la riforma introduce anche un tetto massimo alla spesa che le università possono sostenere per le nuove assunzioni, il risultato netto potrebbe essere una riduzione dei ricercatori. "Le possibilità di accesso alla ricerca per i giovani si dimezzeranno e i gruppi di ricerca più piccoli potrebbero scomparire", afferma Elisa Cimetta, ingegnere chimico dell'Università di Padova e membro di ERC Italia. "Reclutare ricercatori non sarà facile nemmeno per i vincitori dell'European Research Council (ERC)."

Sciolette concorda sul fatto che senza un aumento sostanziale dei finanziamenti, il nuovo sistema non raggiungerebbe i suoi obiettivi. "La riforma deve essere sostenuta finanziariamente a livello europeo per garantire a tutti i giovani ricercatori la possibilità di ottenere una posizione permanente", spiega. Un portavoce del Ministero dell'Università e della Ricerca sottolinea che l'ultima legge di bilancio prevede un piano per aumentare il fondo ordinario per le università, aggiungendo più di 900 milioni di euro nei prossimi quattro anni, di cui una parte consistente sarà disponibile per l'assunzione di ricercatori.

doi: https://doi.org/10.1038/d43978-022-00095-0

Nature Briefing

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