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"L'Italia ha bisogno di più ricercatori”

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Maria Cristina Messa. Credit: MUR.

Quando, a febbraio, è diventata Ministra per l'Università e la Ricerca nel governo guidato da Mario Draghi, Maria Cristina Messa ha trovato dossier complicati sulla sua scrivania. Per citarne alcuni: il più grande ente di ricerca italiano era senza un presidente; tra i giovani scienziati cresceva l’impazienza per una riforma della carriera di ricerca; gli investimenti in ricerca e istruzione nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dovevano essere definiti e sottoposti alla Commissione Europea. La ministra Messa, che ha 59 anni, è esperta in diagnostica per immagini e in medicina nucleare, è stata vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) dal 2011 al 2015, e dal 2013 al 2019 Rettrice dell’Università di Milano-Bicocca. Parlando con Nature Italy, racconta la propria visione sulle questioni che definiranno il futuro della scienza italiana.

Quali sono le sue priorità?

La questione più urgente è chiarire il quadro delle carriere, definendo meglio il percorso e riducendo il processo terribilmente lungo prima dell’arruolamento. È altresì urgente rendere più fluida la gestione dei fondi, poiché gli istituti di ricerca e le università incontrano molte difficoltà nella loro capacità di spesa, e ciò rallenta notevolmente i progetti di ricerca. Mi è ben chiara la situazione di ricercatori che hanno problemi ad acquistare un reagente o un’attrezzatura persino se hanno i fondi, e questo perché procedure burocratiche contorte impediscono loro di spenderli subito. Il nostro Ministero si dedicherà, poi, a semplificare l’intero processo di valutazione, dalle chiamate pubbliche all’assegnazione dei fondi, a sua volta assurdamente lungo in Italia.

Lei ha recentemente designato il nuovo presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il più grande ente di ricerca del Paese. In molti, anche tra gli stessi ricercatori, considerano il CNR una macchina obsoleta ostacolata dalla burocrazia. Lei ha in progetto di riformarlo?

Snellire la burocrazia è la prima delle battaglie. Ma non interverremo su un singolo ente di ricerca, bensì su tutti. Al momento il Consiglio Nazionale delle Ricerche è in grande sofferenza perché è in corso la revisione delle carriere, e quindi l’intero reclutamento dei ricercatori è a un punto morto. Stiamo cercando di accelerare, compatibilmente con l'agenda del Parlamento.

In che cosa consiste la riforma delle carriere?

Vorrei ridurre il periodo tra la fine del dottorato e un posto di professore, per garantire il ricambio generazionale e la mobilità. Una volta conseguito il dottorato, i giovani ricercatori possono ottenere una borsa di studio o un contratto a breve termine, oppure un assegno di ricerca. Al termine di questi contratti è estremamente difficile ottenere uno dei rari posti di ricerca di tre anni, l'unico percorso possibile per arrivare a una cattedra. Buona parte dei ricercatori rimane nel limbo per troppi anni. Il mio obiettivo è dare forma a un unico percorso, come quelli per un posto a tempo indeterminato, in cui la fase post-dottorato duri non più di sette anni, dopo i quali il ricercatore può diventare ricercatore permanente negli istituti di ricerca o professore associato all'università.

I ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche si sono sentiti esclusi durante la pandemia. Quale ruolo ricoprirà l'ente nel PNRR?

Il CNR avrà un ruolo fondamentale con la sua massa critica. La sua presenza capillare in Italia e i suoi 8000 dipendenti implicano che il CNR può aggregare territori e università e coordinare i temi in cui è particolarmente forte. È però importante ricordare che i finanziamenti saranno soggetti a chiamata pubblica.

Cosa sono i centri di ricerca nazionale su “tecnologie abilitanti” menzionate nel PNRR?

Con l'obiettivo di creare una massa critica e di essere competitivi con altri Paesi europei, abbiamo deciso di dare vita a una sorta di rete di centri già esistenti su tecnologie abilitanti, come tecnologia quantistica, intelligenza artificiale, biopharma, agritech, per citarne alcuni. Università, istituti di ricerca, aziende e start-up devono unire le forze e collaborare strettamente su questi temi, per trasferire più rapidamente le conoscenze. Non saranno istituti né fondazioni; saranno forse consorzi che impiegheranno il personale di istituzioni esistenti, e qualche persona in più reclutata per la gestione. Il tutto si baserà su chiamate pubbliche, e sono certa che enti come il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sapranno cogliere al meglio questa opportunità.

Secondo una parte della comunità scientifica il PNRR è troppo sbilanciato verso la ricerca industriale. Come risponde a queste critiche?

La risposta si può dare con i numeri. Nel piano, 14 miliardi di euro sono destinati a Università e Ricerca; di questi, 6,9 miliardi, equivalenti al 47%, sono destinati alla ricerca di base e applicata; altri 1.570 miliardi, equivalenti all’11%, sono destinati a infrastrutture per la ricerca; una parte importante è accantonata per gli studenti – dobbiamo investire in istruzione per avere un domani dei ricercatori esperti; il resto, circa il 20%, è destinato alla ricerca industriale. Pertanto questa critica non mi vede d'accordo.

Qual è la sua visione del futuro della ricerca in Italia?

Il Paese ha un tremendo bisogno di più ricercatori e, di conseguenza, di una maggiore produzione scientifica. Per come la vedo io, la ricerca italiana decollerà solamente se aumenteremo la massa critica di ricercatori e favoriremo il ricambio generazionale. Inoltre, è fondamentale fare chiarezza in materia di proprietà intellettuale e di brevetti, come pure sul rapporto tra enti pubblici e privati, per creare le condizioni di un impatto sullo sviluppo economico.

Nel mondo accademico italiano è vivo da sempre il dibattito sulla distribuzione dei fondi: sarebbe meglio concentrare i finanziamenti su poche realtà competitive oppure distribuire il denaro più equamente?

Sono assolutamente per il riconoscimento del merito e della competitività. Chi è più bravo va premiato, ma ciò è possibile solo se il sistema sostiene anche le realtà meno competitive. Credo che il sistema raggiunga il successo quando s’innalza il livello generale, aiutando al contempo chi ha una marcia in più.

Ha qualche progetto per promuovere le donne nella scienza?

Nel PNRR abbiamo il 40% di quote di genere, un buon punto di avvio. Un aspetto che vorrei veder cambiare è il numero esiguo di donne nelle commissioni accademiche e nella intera ricerca, perché hanno un grande impatto sulle decisioni a valle. L'argomento delle donne nella scienza è però complesso, e richiederebbe un'azione nel breve, medio e lungo periodo. Come prima cosa, dobbiamo intervenire sul divario retributivo di genere e affrontare il fatto che le laureate nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) guadagnano meno dei colleghi maschi. Nel medio periodo, le ragazze dovrebbero essere stimolate a prendere ben più numerose una laurea STEM, magari con l'aiuto di borse di studio e con una riduzione delle tasse. In Italia, meno del 20% degli ingegneri sono donne, e nella scienza informatica la componente femminile è minima. Pertanto, nel lungo periodo, la vera rivoluzione dovrebbe partire dalla scuola primaria.

doi: https://doi.org/10.1038/d43978-021-00061-2

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